I miserabili 20 ottobre 2009
Posted by Antonio Ariberti in Rapporti interpersonali.Tags: coscienza, miserabili, Mt 25,31-46, povertà
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in.COSCIENZA mi sono sentito interpellato…
tristemente
Antonio

... Elvis, che tornerà a trovarci ogni giorno, sulla faccia di tanti bambini uguali a lui.
di Massimo Gramellini
in “La Stampa” del 20 ottobre 2009
A Napoli un bambino è morto a sei anni di povertà. Veniva dall’isola di Capo Verde, ma sapeva già leggere e scrivere in italiano. Era educato, ordinato, molto pignolo, dicono le maestre. Amava il disegno e sognava di fare l’ingegnere. Si chiamava Elvis, come l’eroe del rock. Lo hanno trovato per terra, in una stamberga di venti metri quadri, i polmoni intasati dalle esalazioni di un piccolo braciere. Da quando l’Enel aveva staccato la corrente che alimentava la stufetta elettrica, quel fuoco improvvisato e velenoso era diventato l’unica fonte di riscaldamento di tutta la famiglia. Non c’era altro calore, non c’era più cibo. Ed Elvis se n’è andato così, addosso alla madre agonizzante, la testa appoggiata al ventre da cui era uscito sei anni prima per la sua breve e infelice partecipazione alle vicende del pianeta Terra.
Mi sento totalmente inutile, come giornalista e come essere umano, perché mi tocca ancora
raccontare storie del genere, nel mio evoluto Paese. Ci riempiamo la bocca, io per primo, di parole superflue. Ci appassioniamo ai problemi di minoranze potenti e arroganti. E accanto a noi, in un silenzio distratto, si consumano le disfatte degli umili e dei mansueti. Persone come la mamma di Elvis, che fino all’ultimo ha provato a raggranellare onestamente qualche soldo per la stufetta, andando in giro a fare le pulizie. Il Bene ieri ha perso di brutto. L’importante è rendersene conto, non distrarsi, non rassegnarsi, organizzare la riscossa. Anche per Elvis, che tornerà a trovarci ogni giorno, sulla faccia di tanti bambini uguali a lui.
[Antonio] … oserei andare oltre la riflessione di Massimo Granellini e dire che per i cristiani chi ci viene a trovare nel volto di tanti miserabili è il Dio in cui professiamo la nostra fede Mt 25,31-46
Krzysztof Kieślowski 20 ottobre 2009
Posted by Antonio Ariberti in Filmografia.Tags: decalogo, film, Krzysztof Kieślowski
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Biografia

Krzysztof Kieślowski
Quando Krzysztof era ancora bambino, la malattia del padre, sofferente di tubercolosi, costrinse tutta la famiglia a spostarsi in continuazione in località che disponessero di un sanatorio, per cercare una maggiore speranza di sopravvivenza per il padre del futuro regista. Tuttavia, quando Kieślowski aveva sedici anni, il padre morì.
Intanto il giovane si diplomò in un scuola di tecniche teatrali, dove suo zio era preside, specializzandosi nella tecnica di dipingere scenari. Nel 1969 si laureò alla Scuola Superiore di Cinema di Łódź, che all’epoca godeva di fama e prestigio internazionale. Iniziò così a girare documentari, sia per la televisione che per il cinema. Sarebbero stati proprio questi a fargli avere i primi problemi con le autorità.
Un suo documentario del 1971, Robotnicy 1971 – Nic o nas bez nas (Lavoratori 1971: Niente su di noi senza noi) sulla repressione violenta dello sciopero di Danzica, venne requisito dalla polizia che voleva identificare i partecipanti: Kieślowski rimase molto colpito da questo fatto, sentendosi quasi un traditore. Nel 1980, mentre filmava un deposito automatico dei bagagli per il documentario Dworzec (La stazione), la polizia gli sequestrò di nuovo la pellicola: infatti, senza accorgersene, il regista aveva ripreso una valigia in cui c’era una donna fatta a pezzi dalla figlia che la polizia stava ricercando da tempo.
Entrò a far parte di una cerchia di registi che si proponeva di ritrarre la situazione della Polonia durante il comunismo.
Una volta passato ai lungometraggi, per le sceneggiature il regista si avvalse della preziosa collaborazione dell’avvocato polacco Krzysztof Piesiewicz, con il quale avrebbe collaborato durante tutta la propria carriera cinematografica. Un altro suo abituale collaboratore era il compositore polacco Zbigniew Preisner (che in Tre colori: Film Blu si fece chiamare Van den Budenmayer).
Krzysztof Kieślowski morì il 13 marzo 1996 per un attacco di cuore. È seppellito nel cimitero Powązki di Varsavia, in Polonia.
Uno dei progetti incompiuti del regista era quello di dirigere, oltre alla famosa “Tre Colori”, un’altra trilogia, basata questa volta su La divina commedia di Dante Alighieri. L’unica delle tre sceneggiature ad essere completata da Kieślowski e Piesiewicz, Heaven, è stata portata sullo schermo dal regista tedesco Tom Tykwer nel 2002.
Il cinema di Kieślowski è caratterizzato dall’assenza di effetti speciali o spettacolari, dai dialoghi scarni e da sceneggiature che concentrano laceranti dilemmi etici ed esistenziali. Il grande regista Stanley Kubrick, che nutriva una sincera ammirazione per il regista polacco, una volta ebbe a dire:
« Sono sempre restìo a sottolineare una caratteristica specifica del lavoro di un grande regista, perché ciò tende inevitabilmente a semplificarne e sminuirne il lavoro. Ma riguardo a questa sceneggiatura (Decalogo N.d.R.), di Krzysztof Kieślowski e del suo coautore, Krzysztof Piesiewicz, non dovrebbe essere fuori luogo osservare che essi hanno la rarissima capacità di drammatizzare le loro idee piuttosto che raccontarle solamente. Esemplificando i concetti attraverso l’azione drammatica della storia essi acquisiscono il potere aggiuntivo di permettere al pubblico di scoprire quello che sta realmente accadendo piuttosto che semplicemente raccontarglielo. Lo fanno con tale abbagliante abilità, che non riesci a percepire il sopraggiungere dei concetti narrativi e a materializzarli prima che questi non abbiano già raggiunto da tempo il profondo del tuo cuore.»
Fonte: Da Wikipedia, l’enciclopedia libera
Intervista a K. Kieslowski (1989) [Kb 168 / pp. 28]
LE DIECI PAROLE – deka lògoi (Es 20,1-17; Dt 5,6-21) 20 ottobre 2009
Posted by Antonio Ariberti in Bibbia.Tags: Bibbia, deuteronomio, Enzo Bianchi, esodo, Qiqajon
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LE DIECI PAROLE – deka lògoi (Es 20,1-17; Dt 5,6-21)
Es 20,1-21
Palazzolo Milanese, 6 maggio 1997 – Il capitolo 20 dell’Esodo, per quanto tematicamente legato al precedente, presenta con esso un’incongruenza logica, visibile se si leggono in sequenza i versetti 19,25 e 20,1. Dopo il versetto 25 ci si aspetterebbe infatti un discorso di Mosè; invece in 20,1 è Dio che parla in prima persona e consegna al popolo “le dieci parole” (cf 34,28 in greco deka lògoi, da cui la parola italiana “decalogo”).
Per evitare di leggere i dieci comandamenti nell’ottica del catechismo, come se fossero un prontuario di dottrina o una sintesi della legge naturale, occorre tenere presente il contesto in cui il redattore finale del Pentateuco li ha situati, e cioè il contesto dell’alleanza. In questa prospettiva le dieci parole non sono “comandi” pesanti che gravano sulle spalle del popolo e sulla nostra vita, ma si presentano come un dono, come un vademecum per vivere in pienezza la nostra esperienza umana secondo la volontà di Dio. Non un peso dunque, ma una via di giustizia che ci è offerta perché continuiamo a camminare nella libertà che il Signore ci ha procurato.
Dal punto di vista letterario la Bibbia ha conservato due versioni leggermente differenti del decalogo, quella che stiamo analizzando (Es 20,1-17) e il testo contenuto in Dt 5,6-21. Non disponiamo invece di un vero e proprio parallelo extrabiblico del decalogo.
Per precisione conviene ricordare che la versione catechistica dei dieci comandamenti non corrisponde del tutto al testo biblico (lo riconosce anche il catechismo degli adulti della CEI, La verità vi farà liberi, n.872). Rispetto alla suddivisione proposta dall’Esodo, infatti, la tradizione della Chiesa latina riunisce in un solo comandamento le prime due parole (“non avrai altri dei all’infuori di me” e “non ti farai idolo né immagine alcuna”) e, per mantenere il numero 10, scompone in due parti l’ultimo comandamento (“non desiderare la casa, la moglie, lo/a schiavo/a, il bue, l’asino né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo”).
Con queste considerazioni introduttive cominciamo a leggere il testo nella consapevolezza che il tempo limitato a nostra disposizione non ci consente di affrontare tutte le questioni legate alla sua interpretazione. Per un’analisi più approfondita (ma accessibile a tutti) si può vedere, oltre alla nota della Bibbia di Gerusalemme a Es 20,1-21, la voce “Decalogo” curata da Antonio Bonora nel Nuovo Dizionario di Teologia Biblica.
I primi due versetti, che contengono la formula di auto-presentazione di YHWH (cf Es 6,2-8), rappresentano il prologo delle dieci parole. Il Signore rammenta a Israele quanto il popolo sa e ha potuto vedere con i suoi occhi (cf Es 19,4): “Io sono YHWH, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. Come abbiamo notato più volte, la storia è il biglietto da visita del Dio dell’Esodo: da essa trae origine e senso anche la legge che egli dona al suo popolo.
La prima parola che Dio dice è la richiesta di essere l’unico Dio per Israele: “Non avrai altri dei di fronte a me” (v.3). Tuttavia, non possiamo leggere questo testo nella prospettiva del monoteismo vero e proprio, che nell’esperienza di Israele comparirà solo più tardi (ai tempi del cosiddetto Secondo Isaia). Per il momento si può parlare di monolatria: tra i tanti dei in circolazione Israele non deve prestare culto ad altri che a YHWH. Ne è prova anche l’espressione “di fronte a me”, che ricorre con frequenza in riferimento al culto (Es 23,24; 32,8; Lv 26,1…).
La seconda parola è piuttosto estesa: occupa infatti i versetti 4-6 e riguarda il divieto delle immagini. Possiamo presumere che originariamente la prescrizione avesse questa forma: non ti farai immagine scolpita, e che in un secondo tempo sia stata ampliata a causa dei rischi legati alla vicinanza di Israele con popoli che utilizzavano abitualmente gli idoli. Come ricorda la nota della Bibbia di Gerusalemme a Es 20,4, la proibizione non riguardava le immagini di altre divinità, ma l’immagine di YHWH. Il Dio di Israele, infatti, si presenta con i caratteri della trascendenza: il suo nome è sacro (col passare del tempo diventerà addirittura impronunciabile), la sua vista provoca la morte, il suo mistero non può essere racchiuso in oggetti che sono “opera delle mani dell’uomo” (Sl 115,4).
Dio non può essere ridotto a una forma tangibile, perché Israele sull’Oreb non ha visto Dio: “Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura; vi era soltanto una voce” (Dt 4,12, ma si legga fino al v.20). Nell’esperienza credente di Israele il riferimento principale non è alle immagini, cioè alla vista, ma alla parola che chiama l’uomo all’ascolto (Shema‘ Yisra’el, ascolta Israele: Dt 6,4ss).
Al versetto 5 YHWH si presenta con il titolo di “Dio geloso” (’El qannâ’): è un modo per esprimere l’esclusività che caratterizza il Dio di Israele e, nello stesso tempo, l’intensità dell’amore verso il suo popolo. E’ un amore che non ammette rivali, concorrenti… (cf Gs 24,14-15.19-20 e Is 9,6 dove il termine “zelo” traduce la stessa radice qn’). Chi trasgredisce sarà punito (ma si noti la sproporzione fra le tre/quattro generazioni sottoposte alla punizione e le mille che sono invece oggetto del suo favore).
La terza parola riguarda il nome di YHWH. Come abbiamo già detto, nell’antica cultura ebraica il nome esprimeva l’essenza della persona. E’ per questo che il nome di Dio non può essere pronunciato “invano” (shâw’ ha il senso di “vuoto”, “inutile”, “falso”…). In questo terzo comandamento possiamo riconoscere un’allusione all’uso magico del nome di Dio, ma anche una presa di posizione contro il giuramento falso (cf Es 23,1 e Lv 19,12), l’abuso del nome di Dio e naturalmente la bestemmia (cf Lv 24,16).
La quarta parola invita Israele a santificare il tempo, osservando il sabato (cf nota della Bibbia di Gerusalemme a Es 20,8). Senza ripetere quanto abbiamo detto a commento di Es 16,5.22-30, rileviamo l’ampio spazio dedicato dal testo a questo quarto comandamento. Quando si tratta del sabato, la Bibbia generalmente si dilunga: lo abbiamo osservato nell’episodio della manna, lo si nota nei primi capitoli della Genesi… Questo succede perché il sabato è il segno distintivo di Israele, un dono personale di Dio (cf Es 16,29) finalizzato a ricordare al popolo che il tempo appartiene al Signore. Come scrisse R. De Vaux, il sabato, giorno consacrato a YHWH, rappresenta “una decima sul tempo, come i primogeniti del bestiame e le primizie del raccolto sono una decima sul lavoro degli altri giorni” [Le istituzioni dell’Antico Testamento, Marietti, Torino 19773, p.463].
A questo aggiungiamo solo una considerazione: se leggiamo il testo già citato in precedenza di Dt 5,12-15 non possiamo non meravigliarci del fatto che il riposo sabbatico sia per tutti (uomini, donne, giovani, adulti, liberi, schiavi, animali, stranieri…). Se ci pensiamo, è un principio rivoluzionario: davanti a Dio non ci sono differenze. Per quanto tu sia piccolo, povero e impotente nessuno può negarti il diritto al sabato!
La quinta parola (“onora tuo padre e tua madre”) stupisce non tanto perché, come la precedente, è formulata in positivo (tutte le altre si presentano invece come divieti), ma perché pone il padre e la madre sullo stesso piano. La cosa non era affatto scontata nella cultura maschilista in cui si è formato il decalogo (si veda anche Lv 19,3 nel quale la madre è addirittura nominata per prima). I figli devono onorare il padre e la madre perché da loro hanno ricevuto la vita. L’aver messo al mondo dei figli rende i genitori in certo modo simili a Dio, il quale è la fonte della vita. Chi non rispetta i suoi genitori merita la pena di morte (cf Es 21,15-17).
Di solito, quando leggiamo questo comandamento siamo portati a pensare che riguardi principalmente i bambini. Non è così. Che infatti i bambini siano tenuti a rispettare i genitori era un fatto del tutto scontato nella mentalità antica. Il comandamento deve essere letto come una parola rivolta a persone adulte a cui si chiede di avere cura dei propri genitori, specie se anziani (cf Dt 27, 16 e Sir 3,1-16).
Un’ultima osservazione ci viene dalla lettera agli Efesini: “Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comandamento [l’unico all’interno del decalogo] associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra” (Ef 6,2-3).
Procediamo ora più velocemente. La sesta parola è secca: “non uccidere”. Il verbo usato, però, (in ebraico râsach) non si riferisce ad ogni tipo di uccisione (a quella del nemico in guerra, a quella di un peccatore da parte di Dio o a quella di animali, al caso della pena di morte o infine al suicidio), ma unicamente all’omicidio arbitrario compiuto con violenza. La proibizione si spiega in forza del principio della sacralità della vita (cf Gen 9,5-7).
La settima parola è stata spesso fraintesa dalle traduzioni che sono state proposte: non fornicare o, peggio, non commettere atti impuri. Il testo è preciso: non commettere adulterio. Anche in questo caso il verbo usato (na’aph) aiuta a comprendere il senso del testo, dal momento che compare sempre riferito all’adulterio.
Nella mentalità dell’Antico Testamento l’adulterio aveva significati diversi per l’uomo e per la donna: per l’uomo indicava un rapporto sessuale con una donna sposata mentre per la donna un rapporto sessuale con qualunque uomo che non fosse il marito. La pena prevista era la morte (cf Lv 20,10 e Dt 22,22).
Il comandamento può essere inteso come un invito a custodire la fedeltà coniugale nel quadro della fedeltà all’alleanza: per Pr 2,17 abbandonare il compagno della propria giovinezza e dimenticare l’alleanza con Dio sono la stessa cosa. In questo modo si comprende la ragione per cui i profeti utilizzarono spesso la metafora matrimoniale per descrivere il rapporto di Israele con Dio (cf Os 1-2; Ger 2,2; Ez 16 e 23…).
L’ottava parola (“non rubare”) anticipa la decima, ma bisogna tenere presente che l’idea di proprietà privata ai tempi dell’Esodo non corrispondeva neanche lontanamente all’idea forte che ne abbiamo noi oggi.
La nona parola richiama il dovere di vivere con gli altri nella verità (cf Ef 4,25) e la decima vieta di desiderare ciò che appartiene al prossimo. Il verbo usato (chamad) indica non tanto il desiderio in sé stesso, ma le azioni che scaturiscono da quel desiderio, le manovre e le macchinazioni poste in essere per conseguire l’obiettivo preso di mira (cf Gs 7,21 nel quale troviamo ancora il verbo chamad).
Concludiamo la lettura di Es 20 con un’osservazione di Enzo Bianchi: “Il decalogo ci mostra come il monoteismo di Israele sia un monoteismo etico: Dio si interessa dell’uomo e non si può rispettare questo Dio se non rispettando l’uomo e la sua immagine”
[Esodo. Commento esegetico-spirituale, Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano 1987, p.86]
A cura di Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna
I Dieci Comandamenti
Artista attivo in Danzica (Gdańsk), 1480/1490 ca.
Varsavia, Museo Nazionale
http://www.associazionesalus.it/immagini/Comandamenti/tavole.htm
Decalogo 8 di Krzysztof Kieślowski 20 ottobre 2009
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Trama del film

Decalogo 8 - Zofia e Elzbieta
Decalogo 8 è l’ottavo dei dieci mediometraggi realizzati dal regista Krzysztof Kieślowski per la TV polacca alla fine degli anni 80 del 900 ed ispirati ai dieci comandamenti.
Durante una lezione universitaria, la professoressa Zofia accetta che partecipi Elżbieta, una giornalista – studiosa della sorte degli ebrei sopravvissuti alla guerra – che viene dagli USA. Le donne già si conoscono per aver lavorato insieme, quindi Zofia accetta di buon grado. Durante la lezione, che verte sull’etica (tema del giorno “L’inferno etico”), Elżbieta prende la parola e chiede di raccontare una storia che merita di essere analizzata dal punto di vista etico. Racconta un fatto avvenuto a Varsavia nel febbraio del 1943, quando due giovani cattolici, marito e moglie, che già avevano aiutato numerosi ebrei, si offrono di far da padrini di battesimo per una bambina ebrea di sei anni, che, per poter essere ospitata presso un’altra famiglia della città, necessitava di un formale certificato di battesimo. All’ultimo momento però, la giovane coppia si rifiuta di fornire l’aiuto promesso, adducendo come motivazione il non poter mentire di fronte a Dio. Mentre Elżbieta racconta la storia, la professoressa Zofia si turba sempre più. Le due donne si guardano in modo intenso e, dopo la lezione, Zofia raggiunge la giornalista: la maschera è caduta, Zofia ha capito che Elżbieta era la bambina a cui anni prima negò aiuto. Le due donne passano la serata insieme, e Zofia rivela ad Elżbieta che la storia della “falsa testimonianza” era solo una scusa: le persone che avevano consigliato la famiglia ebrea erano della Gestapo e se la famiglia di Zofia avesse accettato sarebbe sicuramente finita nei guai. In realtà, si seppe poi, era una notizia falsa, ma ormai il danno era stato fatto. Elżbieta non porta rancore alla donna, vuole solo conoscerla e chiarirsi con lei. Inoltre, tramite Zofia, riesce a rintracciare l’uomo che all’epoca le diede speranza di salvezza. Ora è un sarto, che però, probabilmente troppo provato dagli avvenimenti di quegli anni, si rifiuta di parlare con la donna di nulla che abbia a che vedere con la guerra.
Titolo originale: Dekalog, osiem
Paese: Polonia
Anno: 1988
Durata: 55 min
Colore: colore
Audio: sonoro
Rapporto: 4:3
Genere: drammatico
Regia: Krzysztof Kieślowski
Soggetto: Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz
Sceneggiatura: Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz
Produttore: Ryszard Chutkowski
Interpreti e personaggi
Maria Kościałkowska: Zofia
Teresa Marczewska: Elżbieta Loranz
Tadeusz Łomnicki: sarto
Artur Barciś: studente
Fotografia: Andrzej Jaroszewicz
Montaggio: Ewa Smal
Musiche: Zbigniew Preisner
Scenografia: Halina Dobrowolska
Costumi: Hanna Ćwikło e Małgorzata Obłoza
Krzysztof Piesiewicz
Sceneggiatore polacco. Avvocato di Solidarnosc negli anni ’80. È noto soprattutto come sceneggiatore e alter ego del regista K. Kieslowski, con il quale inizia a lavorare nel 1984 per il film Bez Konca (Senza fine, 1984). È sua l’idea di un ciclo di dieci storie, ciascuna delle quali corrispondente a uno dei dieci comandamenti, che è all’origine del Decalogo (1987-89). Con il regista polacco sceneggia anche La doppia vita di Veronica (1991) e la trilogia sui colori della bandiera francese: Film blu (1993), Film bianco (1994) e Film rosso (1994). Nel 2001 sceneggia Cisza di M. Rosa e nel 2002 Heaven di T. Tykwer.
Alcune riflessioni:
- Prima scena (mentre scorrono i titoli di testa) primo piano su due mani (adulta e bambina) che si stringono e rimangono unite. Parte la musica di uno strumento ad arco (si tratta di una viola scelta non così scontata perché è un registro particolare con un tono grave. Due sono le persone, due le mani, due le corde e le viole) i passi cadenzati che risuonano nel silenzio, diventano l’elemento ritmico, percussivo della colonna sonora. Il dito della mano della bambina che gioca, o è nervosa? Il volto della bambina si scorge all’improvviso in un flash/spot, guarda verso l’alto (cima delle scale) poi tutto è buio.
Due mani che si stringono… scena che rivedremo nella casa di Zofia quando quest’ultima spiega quanto successe quella notte ed ammette il proprio sbaglio, le due donne si incontrano, si incontrano le loro storie e si crea una sorta di intimità. L’incontro e lo stringersi delle due mani manifesta plasticamente l’avvicinamento e l’incontro delle due donne.
- Il lavoro che la professoressa svolge con i suoi studenti viene da lei stessa spiegato:
- “Io non dico loro come. Mi limito a metterli in condizione di arrivarci da soli.
- A che cosa?
- Al bene. Il bene sono convinta che esista in ognuno di noi. Le situazioni ci stimolano al bene o al male …
- Ma chi lo stabilisce questo?
- Colui che è in ognuno di noi”.Interessante questo dialogo perché ci fa capire che formare la coscienza non è un “indottrinamento” ma dare gli strumenti perché una persona sia libera di scegliere, sia autonoma, capace di darsi una “norma”, una legge.
- La coscienza non è data una volta per sempre ma si rimette in gioco in ogni situazione perché noi cambiamo, perché la situazione intorno a me cambia e devo saperla leggere. Interessante il confronto tra:
- Zofia nel 43, la sua scelta e Zofia oggi con Elżbieta
- il sarto nel 43 e il sarto oggi nell’incontro con Elżbieta
- Una cosa era la lezione accademica con l’esposizione dei temi e dei problemi in forma didattico didascalica1 ed un’altra il dialogo in casa di Zofia tra le due donne. L’incontro con l’altro mi permette di capire in profondità. Interessante la scena in cui dopo aver motivato il perché Zofia e il marito ebbero rifiutato Elzbieta l’anziana professoressa mette le mani sulle spalle della giovane donna e poi le loro mani si stringono.
- Elżbieta “perdona” Zofia. Anche Zofia si “perdona” quanto ha fatto nel 1943. Ammette il suo “sbaglio”, accetta di incontrarsi e confrontarsi con quella che poteva a tutti gli effetti essere la sua “vittima”. Accetta la sfida di incontrare Elżbieta ma incontrando la giovane donna incontra pure la propria coscienza.
- L’ubriaco che interrompe la lezione di Zofia può essere interpretato come metafora della coscienza incosciente, della non coscienza.
“Cosa rappresenta questo personaggio, addobbato giustamente da scarto, se non l’irruzione di un lapsus o di un sintomo che non deve trovare posto in un discorso (quello universitario) che deve sempre padroneggiare tutto?”
- La figura del sarto può essere letta come la metafora della rinuncia alla coscienza, o meglio della

Decalogo 8 - Il sarto
coscienza messa a tacere? Vedremo che una lettura psicanalitica (Presentazione dell’VIII Comandamento [cf] [Kb 90 / pp. 9], Commento a Decalogo 8 [mm] [Kb 150 / pp. 8] ) scarta questa ipotesi.
- Importanza dei primi piani: volti e mani. Durante la lezione, mentre ad esempio la studentessa espone il suo caso Zofia scruta Elzbieta. Interessante lo sguardo delle due donne che si cercano e sembrano quasi estraniarsi dal contesto. Mentre parla Elzbieta non guarda Zofia che invece l’osserva abbassando lo sguardo, visibilmente colpita.
- La situazione proposta alla lezione di Zofia da una studentessa, per il dibattito, è in realtà la trama del Decalogo due.
- Il collezionista di francobolli che incontra Zofia all’inizio del film e interrompe il dialogo tra Elżbieta e Zofia in casa di quest’ultima è un personaggio presente anche nel Decalogo 10.
- “Mentre gli studenti e il professore si sforzano di sviscerare in lungo e in largo le priorità morali e a giudicare i comportamenti degli uni e degli altri, le due donne [Zofia e Elżbieta], da parte loro, si accontentano di vivere insieme, di guardarsi, di accettarsi. Nell’amore che si scambiano non trovano posto né il giudizio né la colpa. Importante è l’annullamento dei due termini insieme: non solo questi comandamenti non devono sfociare in una condanna, ma la colpevolizzazione stessa, ancora più dannosa e perversa, è da blandire. A che cosa servono allora quelle discussioni, quei seminari, quelle relazioni? Il silenzio del sarto, alla fine, è più carico di sofferenze prese su di sé, di esistenze incontrate e condivise, di segreti essenziali che non le interpretazioni degli universitari. La regia mette in rapporto molto precisamente questo mutismo con l’implicito accordo delle due donne. Decalogo 8 è un film nel quale il silenzio sorge dopo che la parola istituzionale si è dispiegata. «Ci sono persone il cui destino è soccorrere, altre di essere soccorse» (scena in università dove si incontrano Elzbieta e sofia: “dai tratti si riconoscono coloro che salvano il prossimo e coloro che devono essere salvati”; poi, in macchina, dopo essere state alla casa dove avrebbe dovuto essere battezzata in macchina ripete la frase con un perentorio “perché”): a due riprese il dialogo enuncia così la constatazione dell’ineguaglianza che sottolinea l’irrazionalità dei rapporti umani, e dunque l’inanità3 di una loro regolamentazione, fosse anche di ordine morale. Nessuna simmetria, nessuna regola. I campi e controcampi illustrano con bruschi cambiamenti di inquadratura la permanenza di questa asimmetria. La distanza tra i personaggi non è rispettata dalla macchina da presa, che avvicina o allontana i volti, oppone i punti di vista generali ai primi piani, e mette in rapporto implicazioni totalmente differenti tra loro. Per esempio, nell’ultima scena con il sarto, il suo viso in primo piano è montato in controcampo con piani d’insieme sulle due donne, contrariamente a ogni regola d’armonia. Analogamente, nell’aula universitaria, i primi piani su ciascuna delle due donne le avvicinano l’una all’altra, malgrado la distanza oggettiva che le separa.
Questo gioco di vicinanze essenziali e asimmetriche provoca il venir meno dei principi oggettivi di misura. Allo stesso modo di quello della verità. «Non dire falsa testimonianza», dice l’ottavo comandamento. Ma Decalogo 8 segna il trionfo della Carità sulla Verità.
Amiel Vincent, Kieślowski la coscienza dello sguardo, ed. Le Mani, Genova, 1998, p. 97-101
Alcune domande per la riflessione che potrebbero essere lo spunto per dei post sul blog
- Che idea di “formazione della coscienza” emerge nel film?
- Si può dire che la coscienza è formata una volta per tutte?
- Un quadro di valori di riferimento forte, ad esempio religioso, può essere garanzia di una coscienza retta?
- Una coscienza formata secondo alcuni principi, valori, esclude altri sentieri valoriali o può essere aperta a nuovi confronti e arricchimenti?
Decalogo di Krzysztof Kieslowski 20 ottobre 2009
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DECALOGO

Decalogo
E’ un corpo unico di dieci film, pensati e girati per la televisione (circa un’ora di durata ciascuno) da uno dei registi-rivelazione degli anni ottanta, il polacco Krzysztof Kieslowski.
Il riferimento ai dieci comandamenti è il pretesto culturale che anima quest’opera certamente laica, ma ricca di una propria religiosità interiore, di un’accorata tensione metafisica. Ogni comandamento offre la traccia per raccontare una storia, per rappresentare un caso. Casi della vita di tutti i giorni, apparentemente banali, che agitano invece, sotto la superficie, problematiche complesse. Una visione del destino incombente ma non totalizzante, il disorientamento della coscienza tra valori e contraddizioni, tra rigore morale e trasgressione costituiscono le premesse esistenziali del Decalogo. La struttura ricorrente vede l’azione crescere pian piano, fino a trovare un evento imprevisto che evidenzia il dramma morale. La ricerca di un percorso etico per l’uomo contemporaneo conduce Kieslowski a costruire una serie di quadri che magistralmente sanno instaurare un rapporto profondo con i precetti biblici e con la sensibilità dello spettatore: dalla crisi religiosa che scaturisce, violenta, nel primo episodio, ai toni sobri, da commedia di Dekalog dziesiec, i temi toccati non si possono definire in alcun modo dogmatici, bensì espressione sincera di un confronto dialettico con i valori dell’esistenza.
Il fascino narrativo del Decalogo sta infatti nella concreta umanità che l’autore riesce a conferire ai propri ambienti, ai propri personaggi: il microcosmo che avvolge ogni singolo episodio è un moderno quartiere alla periferia di Varsavia. Non è vacuo divertissement individuare l’accavallarsi, il congiungersi di una storia con l’altra: il viavai di protagonisti che abitano nei grandi casermoni, la citazione del tema di Decalogo 2 come esempio morale proposto in Decalogo 8, persino una breve sequenza sui francobolli che anticipa, in Dekalog dziewiec, l’episodio seguente. Questo amalgama composito, che Kieslowski riesce a creare, dà spessore al canovaccio dei racconti, modella con naturalezza situazioni e dialoghi.
Ma il Decalogo ha pure una sua straordinaria personalità estetica. Motivato dalla destinazione televisiva, il regista tiene la camera a ridosso dei suoi personaggi: primi piani essenziali, una direzione degli attori di intensa naturalezza, brevi e significativi segnali premonitori per i momenti cruciali (l’inchiostro del primo episodio, la vespa nel secondo…). Il tutto in un’omogeneità di stile che non perde colpi e che, anzi, acquista forza e scioltezza nel succedersi degli eventi.
Con l’aria dimessa del racconto episodico, con la sublime ambiguità dei suoi precetti dimenticati, Dekalog si configura davvero come uno degli eventi della cultura cinematografica dei nostri giorni, quasi un nuovo breviario morale per il cinefilo anni 90.
Fonte: Ezio leoni – pieghevole LUX-ASTRA – maggio-giugno 1990, e.l. Quaderno del COMUNE DI PADOVA: Serate d’autore alla Reggia Carraresi – agosto 1990
A vent’anni di ritardo dal Decalogo di Kieslowski

Krzysztof Kieślowski
Si tratta di una sezione di un sito web dell’Associazione Psicoanalitica Salus. a vent’anni dalla prima visione dei dieci film per la TV del regista polacco.
Troverete una presentazione dei dieci comandamenti e un commento a ogni singolo episodio, non solo:
* Intervista a K. Kieslowski (1989) [Kb 168 / pp. 28]
* Le tavole della lunetta lignea
dei Dieci Comandamenti (XV° sec.) del Museo Nazionale di Varsavia che hanno ispirato il Decalogo di Kieslowski
* Stralcio di una intervista a Piesiewicz
* Gabriella Ripa di Meana, La morale dell’altro. Scritti sull’inconscio dal Decalogo di Kieslowski, Nuova edizione eBook pdf, pp. 223 / Kb 2250