Krzysztof Kieślowski 20 ottobre 2009
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Biografia

Krzysztof Kieślowski
Quando Krzysztof era ancora bambino, la malattia del padre, sofferente di tubercolosi, costrinse tutta la famiglia a spostarsi in continuazione in località che disponessero di un sanatorio, per cercare una maggiore speranza di sopravvivenza per il padre del futuro regista. Tuttavia, quando Kieślowski aveva sedici anni, il padre morì.
Intanto il giovane si diplomò in un scuola di tecniche teatrali, dove suo zio era preside, specializzandosi nella tecnica di dipingere scenari. Nel 1969 si laureò alla Scuola Superiore di Cinema di Łódź, che all’epoca godeva di fama e prestigio internazionale. Iniziò così a girare documentari, sia per la televisione che per il cinema. Sarebbero stati proprio questi a fargli avere i primi problemi con le autorità.
Un suo documentario del 1971, Robotnicy 1971 – Nic o nas bez nas (Lavoratori 1971: Niente su di noi senza noi) sulla repressione violenta dello sciopero di Danzica, venne requisito dalla polizia che voleva identificare i partecipanti: Kieślowski rimase molto colpito da questo fatto, sentendosi quasi un traditore. Nel 1980, mentre filmava un deposito automatico dei bagagli per il documentario Dworzec (La stazione), la polizia gli sequestrò di nuovo la pellicola: infatti, senza accorgersene, il regista aveva ripreso una valigia in cui c’era una donna fatta a pezzi dalla figlia che la polizia stava ricercando da tempo.
Entrò a far parte di una cerchia di registi che si proponeva di ritrarre la situazione della Polonia durante il comunismo.
Una volta passato ai lungometraggi, per le sceneggiature il regista si avvalse della preziosa collaborazione dell’avvocato polacco Krzysztof Piesiewicz, con il quale avrebbe collaborato durante tutta la propria carriera cinematografica. Un altro suo abituale collaboratore era il compositore polacco Zbigniew Preisner (che in Tre colori: Film Blu si fece chiamare Van den Budenmayer).
Krzysztof Kieślowski morì il 13 marzo 1996 per un attacco di cuore. È seppellito nel cimitero Powązki di Varsavia, in Polonia.
Uno dei progetti incompiuti del regista era quello di dirigere, oltre alla famosa “Tre Colori”, un’altra trilogia, basata questa volta su La divina commedia di Dante Alighieri. L’unica delle tre sceneggiature ad essere completata da Kieślowski e Piesiewicz, Heaven, è stata portata sullo schermo dal regista tedesco Tom Tykwer nel 2002.
Il cinema di Kieślowski è caratterizzato dall’assenza di effetti speciali o spettacolari, dai dialoghi scarni e da sceneggiature che concentrano laceranti dilemmi etici ed esistenziali. Il grande regista Stanley Kubrick, che nutriva una sincera ammirazione per il regista polacco, una volta ebbe a dire:
« Sono sempre restìo a sottolineare una caratteristica specifica del lavoro di un grande regista, perché ciò tende inevitabilmente a semplificarne e sminuirne il lavoro. Ma riguardo a questa sceneggiatura (Decalogo N.d.R.), di Krzysztof Kieślowski e del suo coautore, Krzysztof Piesiewicz, non dovrebbe essere fuori luogo osservare che essi hanno la rarissima capacità di drammatizzare le loro idee piuttosto che raccontarle solamente. Esemplificando i concetti attraverso l’azione drammatica della storia essi acquisiscono il potere aggiuntivo di permettere al pubblico di scoprire quello che sta realmente accadendo piuttosto che semplicemente raccontarglielo. Lo fanno con tale abbagliante abilità, che non riesci a percepire il sopraggiungere dei concetti narrativi e a materializzarli prima che questi non abbiano già raggiunto da tempo il profondo del tuo cuore.»
Fonte: Da Wikipedia, l’enciclopedia libera
Intervista a K. Kieslowski (1989) [Kb 168 / pp. 28]
Decalogo 8 di Krzysztof Kieślowski 20 ottobre 2009
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Trama del film

Decalogo 8 - Zofia e Elzbieta
Decalogo 8 è l’ottavo dei dieci mediometraggi realizzati dal regista Krzysztof Kieślowski per la TV polacca alla fine degli anni 80 del 900 ed ispirati ai dieci comandamenti.
Durante una lezione universitaria, la professoressa Zofia accetta che partecipi Elżbieta, una giornalista – studiosa della sorte degli ebrei sopravvissuti alla guerra – che viene dagli USA. Le donne già si conoscono per aver lavorato insieme, quindi Zofia accetta di buon grado. Durante la lezione, che verte sull’etica (tema del giorno “L’inferno etico”), Elżbieta prende la parola e chiede di raccontare una storia che merita di essere analizzata dal punto di vista etico. Racconta un fatto avvenuto a Varsavia nel febbraio del 1943, quando due giovani cattolici, marito e moglie, che già avevano aiutato numerosi ebrei, si offrono di far da padrini di battesimo per una bambina ebrea di sei anni, che, per poter essere ospitata presso un’altra famiglia della città, necessitava di un formale certificato di battesimo. All’ultimo momento però, la giovane coppia si rifiuta di fornire l’aiuto promesso, adducendo come motivazione il non poter mentire di fronte a Dio. Mentre Elżbieta racconta la storia, la professoressa Zofia si turba sempre più. Le due donne si guardano in modo intenso e, dopo la lezione, Zofia raggiunge la giornalista: la maschera è caduta, Zofia ha capito che Elżbieta era la bambina a cui anni prima negò aiuto. Le due donne passano la serata insieme, e Zofia rivela ad Elżbieta che la storia della “falsa testimonianza” era solo una scusa: le persone che avevano consigliato la famiglia ebrea erano della Gestapo e se la famiglia di Zofia avesse accettato sarebbe sicuramente finita nei guai. In realtà, si seppe poi, era una notizia falsa, ma ormai il danno era stato fatto. Elżbieta non porta rancore alla donna, vuole solo conoscerla e chiarirsi con lei. Inoltre, tramite Zofia, riesce a rintracciare l’uomo che all’epoca le diede speranza di salvezza. Ora è un sarto, che però, probabilmente troppo provato dagli avvenimenti di quegli anni, si rifiuta di parlare con la donna di nulla che abbia a che vedere con la guerra.
Titolo originale: Dekalog, osiem
Paese: Polonia
Anno: 1988
Durata: 55 min
Colore: colore
Audio: sonoro
Rapporto: 4:3
Genere: drammatico
Regia: Krzysztof Kieślowski
Soggetto: Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz
Sceneggiatura: Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz
Produttore: Ryszard Chutkowski
Interpreti e personaggi
Maria Kościałkowska: Zofia
Teresa Marczewska: Elżbieta Loranz
Tadeusz Łomnicki: sarto
Artur Barciś: studente
Fotografia: Andrzej Jaroszewicz
Montaggio: Ewa Smal
Musiche: Zbigniew Preisner
Scenografia: Halina Dobrowolska
Costumi: Hanna Ćwikło e Małgorzata Obłoza
Krzysztof Piesiewicz
Sceneggiatore polacco. Avvocato di Solidarnosc negli anni ’80. È noto soprattutto come sceneggiatore e alter ego del regista K. Kieslowski, con il quale inizia a lavorare nel 1984 per il film Bez Konca (Senza fine, 1984). È sua l’idea di un ciclo di dieci storie, ciascuna delle quali corrispondente a uno dei dieci comandamenti, che è all’origine del Decalogo (1987-89). Con il regista polacco sceneggia anche La doppia vita di Veronica (1991) e la trilogia sui colori della bandiera francese: Film blu (1993), Film bianco (1994) e Film rosso (1994). Nel 2001 sceneggia Cisza di M. Rosa e nel 2002 Heaven di T. Tykwer.
Alcune riflessioni:
- Prima scena (mentre scorrono i titoli di testa) primo piano su due mani (adulta e bambina) che si stringono e rimangono unite. Parte la musica di uno strumento ad arco (si tratta di una viola scelta non così scontata perché è un registro particolare con un tono grave. Due sono le persone, due le mani, due le corde e le viole) i passi cadenzati che risuonano nel silenzio, diventano l’elemento ritmico, percussivo della colonna sonora. Il dito della mano della bambina che gioca, o è nervosa? Il volto della bambina si scorge all’improvviso in un flash/spot, guarda verso l’alto (cima delle scale) poi tutto è buio.
Due mani che si stringono… scena che rivedremo nella casa di Zofia quando quest’ultima spiega quanto successe quella notte ed ammette il proprio sbaglio, le due donne si incontrano, si incontrano le loro storie e si crea una sorta di intimità. L’incontro e lo stringersi delle due mani manifesta plasticamente l’avvicinamento e l’incontro delle due donne.
- Il lavoro che la professoressa svolge con i suoi studenti viene da lei stessa spiegato:
- “Io non dico loro come. Mi limito a metterli in condizione di arrivarci da soli.
- A che cosa?
- Al bene. Il bene sono convinta che esista in ognuno di noi. Le situazioni ci stimolano al bene o al male …
- Ma chi lo stabilisce questo?
- Colui che è in ognuno di noi”.Interessante questo dialogo perché ci fa capire che formare la coscienza non è un “indottrinamento” ma dare gli strumenti perché una persona sia libera di scegliere, sia autonoma, capace di darsi una “norma”, una legge.
- La coscienza non è data una volta per sempre ma si rimette in gioco in ogni situazione perché noi cambiamo, perché la situazione intorno a me cambia e devo saperla leggere. Interessante il confronto tra:
- Zofia nel 43, la sua scelta e Zofia oggi con Elżbieta
- il sarto nel 43 e il sarto oggi nell’incontro con Elżbieta
- Una cosa era la lezione accademica con l’esposizione dei temi e dei problemi in forma didattico didascalica1 ed un’altra il dialogo in casa di Zofia tra le due donne. L’incontro con l’altro mi permette di capire in profondità. Interessante la scena in cui dopo aver motivato il perché Zofia e il marito ebbero rifiutato Elzbieta l’anziana professoressa mette le mani sulle spalle della giovane donna e poi le loro mani si stringono.
- Elżbieta “perdona” Zofia. Anche Zofia si “perdona” quanto ha fatto nel 1943. Ammette il suo “sbaglio”, accetta di incontrarsi e confrontarsi con quella che poteva a tutti gli effetti essere la sua “vittima”. Accetta la sfida di incontrare Elżbieta ma incontrando la giovane donna incontra pure la propria coscienza.
- L’ubriaco che interrompe la lezione di Zofia può essere interpretato come metafora della coscienza incosciente, della non coscienza.
“Cosa rappresenta questo personaggio, addobbato giustamente da scarto, se non l’irruzione di un lapsus o di un sintomo che non deve trovare posto in un discorso (quello universitario) che deve sempre padroneggiare tutto?”
- La figura del sarto può essere letta come la metafora della rinuncia alla coscienza, o meglio della

Decalogo 8 - Il sarto
coscienza messa a tacere? Vedremo che una lettura psicanalitica (Presentazione dell’VIII Comandamento [cf] [Kb 90 / pp. 9], Commento a Decalogo 8 [mm] [Kb 150 / pp. 8] ) scarta questa ipotesi.
- Importanza dei primi piani: volti e mani. Durante la lezione, mentre ad esempio la studentessa espone il suo caso Zofia scruta Elzbieta. Interessante lo sguardo delle due donne che si cercano e sembrano quasi estraniarsi dal contesto. Mentre parla Elzbieta non guarda Zofia che invece l’osserva abbassando lo sguardo, visibilmente colpita.
- La situazione proposta alla lezione di Zofia da una studentessa, per il dibattito, è in realtà la trama del Decalogo due.
- Il collezionista di francobolli che incontra Zofia all’inizio del film e interrompe il dialogo tra Elżbieta e Zofia in casa di quest’ultima è un personaggio presente anche nel Decalogo 10.
- “Mentre gli studenti e il professore si sforzano di sviscerare in lungo e in largo le priorità morali e a giudicare i comportamenti degli uni e degli altri, le due donne [Zofia e Elżbieta], da parte loro, si accontentano di vivere insieme, di guardarsi, di accettarsi. Nell’amore che si scambiano non trovano posto né il giudizio né la colpa. Importante è l’annullamento dei due termini insieme: non solo questi comandamenti non devono sfociare in una condanna, ma la colpevolizzazione stessa, ancora più dannosa e perversa, è da blandire. A che cosa servono allora quelle discussioni, quei seminari, quelle relazioni? Il silenzio del sarto, alla fine, è più carico di sofferenze prese su di sé, di esistenze incontrate e condivise, di segreti essenziali che non le interpretazioni degli universitari. La regia mette in rapporto molto precisamente questo mutismo con l’implicito accordo delle due donne. Decalogo 8 è un film nel quale il silenzio sorge dopo che la parola istituzionale si è dispiegata. «Ci sono persone il cui destino è soccorrere, altre di essere soccorse» (scena in università dove si incontrano Elzbieta e sofia: “dai tratti si riconoscono coloro che salvano il prossimo e coloro che devono essere salvati”; poi, in macchina, dopo essere state alla casa dove avrebbe dovuto essere battezzata in macchina ripete la frase con un perentorio “perché”): a due riprese il dialogo enuncia così la constatazione dell’ineguaglianza che sottolinea l’irrazionalità dei rapporti umani, e dunque l’inanità3 di una loro regolamentazione, fosse anche di ordine morale. Nessuna simmetria, nessuna regola. I campi e controcampi illustrano con bruschi cambiamenti di inquadratura la permanenza di questa asimmetria. La distanza tra i personaggi non è rispettata dalla macchina da presa, che avvicina o allontana i volti, oppone i punti di vista generali ai primi piani, e mette in rapporto implicazioni totalmente differenti tra loro. Per esempio, nell’ultima scena con il sarto, il suo viso in primo piano è montato in controcampo con piani d’insieme sulle due donne, contrariamente a ogni regola d’armonia. Analogamente, nell’aula universitaria, i primi piani su ciascuna delle due donne le avvicinano l’una all’altra, malgrado la distanza oggettiva che le separa.
Questo gioco di vicinanze essenziali e asimmetriche provoca il venir meno dei principi oggettivi di misura. Allo stesso modo di quello della verità. «Non dire falsa testimonianza», dice l’ottavo comandamento. Ma Decalogo 8 segna il trionfo della Carità sulla Verità.
Amiel Vincent, Kieślowski la coscienza dello sguardo, ed. Le Mani, Genova, 1998, p. 97-101
Alcune domande per la riflessione che potrebbero essere lo spunto per dei post sul blog
- Che idea di “formazione della coscienza” emerge nel film?
- Si può dire che la coscienza è formata una volta per tutte?
- Un quadro di valori di riferimento forte, ad esempio religioso, può essere garanzia di una coscienza retta?
- Una coscienza formata secondo alcuni principi, valori, esclude altri sentieri valoriali o può essere aperta a nuovi confronti e arricchimenti?
Decalogo di Krzysztof Kieslowski 20 ottobre 2009
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DECALOGO

Decalogo
E’ un corpo unico di dieci film, pensati e girati per la televisione (circa un’ora di durata ciascuno) da uno dei registi-rivelazione degli anni ottanta, il polacco Krzysztof Kieslowski.
Il riferimento ai dieci comandamenti è il pretesto culturale che anima quest’opera certamente laica, ma ricca di una propria religiosità interiore, di un’accorata tensione metafisica. Ogni comandamento offre la traccia per raccontare una storia, per rappresentare un caso. Casi della vita di tutti i giorni, apparentemente banali, che agitano invece, sotto la superficie, problematiche complesse. Una visione del destino incombente ma non totalizzante, il disorientamento della coscienza tra valori e contraddizioni, tra rigore morale e trasgressione costituiscono le premesse esistenziali del Decalogo. La struttura ricorrente vede l’azione crescere pian piano, fino a trovare un evento imprevisto che evidenzia il dramma morale. La ricerca di un percorso etico per l’uomo contemporaneo conduce Kieslowski a costruire una serie di quadri che magistralmente sanno instaurare un rapporto profondo con i precetti biblici e con la sensibilità dello spettatore: dalla crisi religiosa che scaturisce, violenta, nel primo episodio, ai toni sobri, da commedia di Dekalog dziesiec, i temi toccati non si possono definire in alcun modo dogmatici, bensì espressione sincera di un confronto dialettico con i valori dell’esistenza.
Il fascino narrativo del Decalogo sta infatti nella concreta umanità che l’autore riesce a conferire ai propri ambienti, ai propri personaggi: il microcosmo che avvolge ogni singolo episodio è un moderno quartiere alla periferia di Varsavia. Non è vacuo divertissement individuare l’accavallarsi, il congiungersi di una storia con l’altra: il viavai di protagonisti che abitano nei grandi casermoni, la citazione del tema di Decalogo 2 come esempio morale proposto in Decalogo 8, persino una breve sequenza sui francobolli che anticipa, in Dekalog dziewiec, l’episodio seguente. Questo amalgama composito, che Kieslowski riesce a creare, dà spessore al canovaccio dei racconti, modella con naturalezza situazioni e dialoghi.
Ma il Decalogo ha pure una sua straordinaria personalità estetica. Motivato dalla destinazione televisiva, il regista tiene la camera a ridosso dei suoi personaggi: primi piani essenziali, una direzione degli attori di intensa naturalezza, brevi e significativi segnali premonitori per i momenti cruciali (l’inchiostro del primo episodio, la vespa nel secondo…). Il tutto in un’omogeneità di stile che non perde colpi e che, anzi, acquista forza e scioltezza nel succedersi degli eventi.
Con l’aria dimessa del racconto episodico, con la sublime ambiguità dei suoi precetti dimenticati, Dekalog si configura davvero come uno degli eventi della cultura cinematografica dei nostri giorni, quasi un nuovo breviario morale per il cinefilo anni 90.
Fonte: Ezio leoni – pieghevole LUX-ASTRA – maggio-giugno 1990, e.l. Quaderno del COMUNE DI PADOVA: Serate d’autore alla Reggia Carraresi – agosto 1990
A vent’anni di ritardo dal Decalogo di Kieslowski

Krzysztof Kieślowski
Si tratta di una sezione di un sito web dell’Associazione Psicoanalitica Salus. a vent’anni dalla prima visione dei dieci film per la TV del regista polacco.
Troverete una presentazione dei dieci comandamenti e un commento a ogni singolo episodio, non solo:
* Intervista a K. Kieslowski (1989) [Kb 168 / pp. 28]
* Le tavole della lunetta lignea
dei Dieci Comandamenti (XV° sec.) del Museo Nazionale di Varsavia che hanno ispirato il Decalogo di Kieslowski
* Stralcio di una intervista a Piesiewicz
* Gabriella Ripa di Meana, La morale dell’altro. Scritti sull’inconscio dal Decalogo di Kieslowski, Nuova edizione eBook pdf, pp. 223 / Kb 2250