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Soffrire 2 gennaio 2010

Posted by Antonio Ariberti in Rapporti interpersonali.
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Bisogno di credereVorrei agganciarmi ad una riflessione seguita da una domanda nel dibattito di domenica pomeriggio. Si è parlato della coscienza di Gesù al Getsemani e la possibilità di sottrarsi alla croce.
Oltre a quanto già detto in quella sede vorrei proporre alla riflessione di tutti questo brano tratto da un libro che ho letto in queste vacanze (Kristeva Julia, Bisogno di credere, Donzelli Editore, Roma, 2006, p.134-136).

È solamente alla natura umana che Gesù si rivolge con la sua sofferenza? Figlio di Dio, ma che si lascia annientare, non annulla forse anche il divino? I dibattiti teologici lasciano la questione aperta. È possibile riprenderla oggi? La sofferenza fino alla morte, individuata da San Paolo, indica l’esperienza dei limiti, dello svilimento, dell’umiliazione, dell’inedia fatta dal Cristo. Resta la domanda: la sofferenza fino alla morte è dovuta solo all’uomo del Cristo, o colpisce la natura della sua stessa divinità? E quindi della Divinità? Dopo la Cena e giusto prima della Passione, il Cristo non dice forse a Filippo: «Chi ha visto me ha visto il Padre»1? I protestanti e gli ortodossi riservano a quanto pare più attenzione a questa «discesa del Padre nelle parti più basse della terra»2, designate dalla lingua greca con il sostantivo kénose, che ha molto segnato la mia infanzia e che significa «non essere», «nulla», «inanità», «nullità»; ma anche «insensato», «ingannatore» (l’aggettivo kénos significa «vuoto», «inutile», «vano»; il verbo kénein «purgare», «tagliare», «annientare»). Ammettere l’inanità dell’umano non equivale a lasciare indenne il divino, se è vero che «colui che discese è lo stesso che anche ascese»3, e che è l’immagine consustanziale di Dio: «tutte le cose sono state create per messo di lui e in vista di lui»4

Ecco perché dico che anche dio è in «sofferenza» nella sofferenza di Cristo, e che questo scandalo, che la teologia esita ad affrontare, prefigura i tempi moderni messia confronto con la «morte di Dio». «Dio è morto, anche Dio è morto» è una rappresentazione prodigiosa, terribile, «che presenta alla rappresentazione l’abisso più profondo della scissione»5. Ma che potere terapeutico, anche! Che prodigiosa restaurazione della capacità di pensare e desiderare in questa rude esplorazione del soffrire fino a perdere lo spirito insieme con il corpo, del soffrire fino alla morte! Ecco perchè persino il Padre e lo Spirito sono mortali, annullati dall’intermediazione dell’Uomo di dolore, il quale pensa, nella sua sofferenza fino alla morte, che essi possano rinascere. Il pensiero può ricominciare: è forse l’ultima forma della libertà che annuncia così il soffrire cristiano? Nietzsche non ha mancato di rendersi conto che questo lasciar-andare alla kénose dà alla morte umana e divina sulla croce «la libertà, il sovrano distacco,/ che pone la sofferenza / al di sopra di ogni risentimento»6.

Infatti, l ‘interruzione, anche se momentanea, del legame che unisce il Cristo a suo padre e alla vita, questa cesura, questo «iato»7 offre non solamente un’immagine, ma un racconto a certi cataclismi psichici che fanno la posta al presunto equilibrio di ogni individuo; e, di conseguenza, li cura. Siamo tutti e ciascuno di noi il risultato di un lungo «lavoro del negativo»: nascita, svezzamento, separazione, frustrazione. Per aver messo in scena questa frattura nel cuore stesso del soggetto assoluto che è il Cristo, per averlo presentato con l’immagine di una Passione, come il rovescio solidale della risurrezione, il cristianesimo riporta alla coscienza i drammi essenziali interni al divenire di ciascuno. Attribuisce quindi a se stesso un immenso potere catartico… inconscio.

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1 Gv 14, 7-12

2 Ef 4,9

3 Ibid., 10.

4 Col 1, 16.

5 H.G.Hegel, Vorlesungen über die Philosophie der Religion, III (trad. it. Leizoni sulla filosofia della religione, Zanichelli, Bologna, 1973-74).

6 F.Nietzsche, Der Anthichrist: Versuch einer Kritik des Christentum, p. 40 (trad. it. L’anticristo. Maledizione del cristianesimo, Adelphi, Milano, 1993, p. 40)

7 Urs von Balthasar

I miserabili 20 ottobre 2009

Posted by Antonio Ariberti in Rapporti interpersonali.
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in.COSCIENZA mi sono sentito interpellato…

tristemente

Antonio

I miserabili

... Elvis, che tornerà a trovarci ogni giorno, sulla faccia di tanti bambini uguali a lui.

di Massimo Gramellini
in “La Stampa” del 20 ottobre 2009
A Napoli un bambino è morto a sei anni di povertà. Veniva dall’isola di Capo Verde, ma sapeva già leggere e scrivere in italiano. Era educato, ordinato, molto pignolo, dicono le maestre. Amava il disegno e sognava di fare l’ingegnere. Si chiamava Elvis, come l’eroe del rock. Lo hanno trovato per terra, in una stamberga di venti metri quadri, i polmoni intasati dalle esalazioni di un piccolo braciere. Da quando l’Enel aveva staccato la corrente che alimentava la stufetta elettrica, quel fuoco improvvisato e velenoso era diventato l’unica fonte di riscaldamento di tutta la famiglia. Non c’era altro calore, non c’era più cibo. Ed Elvis se n’è andato così, addosso alla madre agonizzante, la testa appoggiata al ventre da cui era uscito sei anni prima per la sua breve e infelice partecipazione alle vicende del pianeta Terra.
Mi sento totalmente inutile, come giornalista e come essere umano, perché mi tocca ancora
raccontare storie del genere, nel mio evoluto Paese. Ci riempiamo la bocca, io per primo, di parole superflue. Ci appassioniamo ai problemi di minoranze potenti e arroganti. E accanto a noi, in un silenzio distratto, si consumano le disfatte degli umili e dei mansueti. Persone come la mamma di Elvis, che fino all’ultimo ha provato a raggranellare onestamente qualche soldo per la stufetta, andando in giro a fare le pulizie. Il Bene ieri ha perso di brutto. L’importante è rendersene conto, non distrarsi, non rassegnarsi, organizzare la riscossa. Anche per Elvis, che tornerà a trovarci ogni giorno, sulla faccia di tanti bambini uguali a lui.

[Antonio] … oserei andare oltre la riflessione di Massimo Granellini e dire che per i cristiani  chi ci viene a trovare nel volto di tanti miserabili è il Dio in cui professiamo la nostra fede Mt 25,31-46