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13 dicembre 2009 20 novembre 2009

Posted by Antonio Ariberti in Calendario eventi.
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La coscienza e la sua formazione nella Bibbia

Bibbia

domenica 13 dicembre 2009

dalle ore 9.30 alle ore 16.30

Presso

Casa “Le quattro del pomeriggio” Seminario Vescovile, Cremona

Programma

ore 9.30 – Lodi

ore 9.45 – Introduzione ai lavori

ore 10.00 – Riflessione guidata

ore 12.00 – S. Messa

ore 13.00 – Pranzo (i dettagli verranno forniti in seguito)

ore 14.30 – Ripresa dei lavori

ore. 16.30 – Conclusioni

Interverrà:

Isabella Guanzini

Isabella guanzini

Isabella Guanzini, laureata in filosofia e licenziata in teologia, attualmente insegna Storia della filosofia presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, nelle sedi di Milano e Crema. È dottoranda in Scienze religiose presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano).

Segnaliamo un suo intervento alla trasmissione radiofonica di Radio 3 Uomini e profeti.
Letture Noi della strada. Storia di Madeleine Delbrêlcon Isabella Guanzini (audio).

Materiale

Info

Paolo Moretti
azione.cattolica@e-cremona.it
http://www.azionecattolca.e-cremona.it
Cell. 328-8871919

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LE DIECI PAROLE – deka lògoi (Es 20,1-17; Dt 5,6-21) 20 ottobre 2009

Posted by Antonio Ariberti in Bibbia.
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LE DIECI PAROLE – deka lògoi (Es 20,1-17; Dt 5,6-21)

Es 20,1-21

Palazzolo Milanese, 6 maggio 1997 – Il capitolo 20 dell’Esodo, per quanto tematicamente legato al precedente, presenta con esso un’incongruenza logica, visibile se si leggono in sequenza i versetti 19,25 e 20,1. Dopo il versetto 25 ci si aspetterebbe infatti un discorso di Mosè; invece in 20,1 è Dio che parla in prima persona e consegna al popolo “le dieci parole” (cf 34,28 in greco deka lògoi, da cui la parola italiana “decalogo”).
Per evitare di leggere i dieci comandamenti nell’ottica del catechismo, come se fossero un prontuario di dottrina o una sintesi della legge naturale, occorre tenere presente il contesto in cui il redattore finale del Pentateuco li ha situati, e cioè il contesto dell’alleanza. In questa prospettiva le dieci parole non sono “comandi” pesanti che gravano sulle spalle del popolo e sulla nostra vita, ma si presentano come un dono, come un vademecum per vivere in pienezza la nostra esperienza umana secondo la volontà di Dio. Non un peso dunque, ma una via di giustizia che ci è offerta perché continuiamo a camminare nella libertà che il Signore ci ha procurato.
Dal punto di vista letterario la Bibbia ha conservato due versioni leggermente differenti del decalogo, quella che stiamo analizzando (Es 20,1-17) e il testo contenuto in Dt 5,6-21. Non disponiamo invece di un vero e proprio parallelo extrabiblico del decalogo.
Per precisione conviene ricordare che la versione catechistica dei dieci comandamenti non corrisponde del tutto al testo biblico (lo riconosce anche il catechismo degli adulti della CEI, La verità vi farà liberi, n.872). Rispetto alla suddivisione proposta dall’Esodo, infatti, la tradizione della Chiesa latina riunisce in un solo comandamento le prime due parole (“non avrai altri dei all’infuori di me” e “non ti farai idolo né immagine alcuna”) e, per mantenere il numero 10, scompone in due parti l’ultimo comandamento (“non desiderare la casa, la moglie, lo/a schiavo/a, il bue, l’asino né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo”).
Con queste considerazioni introduttive cominciamo a leggere il testo nella consapevolezza che il tempo limitato a nostra disposizione non ci consente di affrontare tutte le questioni legate alla sua interpretazione. Per un’analisi più approfondita (ma accessibile a tutti) si può vedere, oltre alla nota della Bibbia di Gerusalemme a Es 20,1-21, la voce “Decalogo” curata da Antonio Bonora nel Nuovo Dizionario di Teologia Biblica.
I primi due versetti, che contengono la formula di auto-presentazione di YHWH (cf Es 6,2-8), rappresentano il prologo delle dieci parole. Il Signore rammenta a Israele quanto il popolo sa e ha potuto vedere con i suoi occhi (cf Es 19,4): “Io sono YHWH, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. Come abbiamo notato più volte, la storia è il biglietto da visita del Dio dell’Esodo: da essa trae origine e senso anche la legge che egli dona al suo popolo.
La prima parola che Dio dice è la richiesta di essere l’unico Dio per Israele: “Non avrai altri dei di fronte a me” (v.3). Tuttavia, non possiamo leggere questo testo nella prospettiva del monoteismo vero e proprio, che nell’esperienza di Israele comparirà solo più tardi (ai tempi del cosiddetto Secondo Isaia). Per il momento si può parlare di monolatria: tra i tanti dei in circolazione Israele non deve prestare culto ad altri che a YHWH. Ne è prova anche l’espressione “di fronte a me”, che ricorre con frequenza in riferimento al culto (Es 23,24; 32,8; Lv 26,1…).
La seconda parola è piuttosto estesa: occupa infatti i versetti 4-6 e riguarda il divieto delle immagini. Possiamo presumere che originariamente la prescrizione avesse questa forma: non ti farai immagine scolpita, e che in un secondo tempo sia stata ampliata a causa dei rischi legati alla vicinanza di Israele con popoli che utilizzavano abitualmente gli idoli. Come ricorda la nota della Bibbia di Gerusalemme a Es 20,4, la proibizione non riguardava le immagini di altre divinità, ma l’immagine di YHWH. Il Dio di Israele, infatti, si presenta con i caratteri della trascendenza: il suo nome è sacro (col passare del tempo diventerà addirittura impronunciabile), la sua vista provoca la morte, il suo mistero non può essere racchiuso in oggetti che sono “opera delle mani dell’uomo” (Sl 115,4).
Dio non può essere ridotto a una forma tangibile, perché Israele sull’Oreb non ha visto Dio: “Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura; vi era soltanto una voce” (Dt 4,12, ma si legga fino al v.20). Nell’esperienza credente di Israele il riferimento principale non è alle immagini, cioè alla vista, ma alla parola che chiama l’uomo all’ascolto (Shema‘ Yisra’el, ascolta Israele: Dt 6,4ss).
Al versetto 5 YHWH si presenta con il titolo di “Dio geloso” (’El qannâ’): è un modo per esprimere l’esclusività che caratterizza il Dio di Israele e, nello stesso tempo, l’intensità dell’amore verso il suo popolo. E’ un amore che non ammette rivali, concorrenti… (cf Gs 24,14-15.19-20 e Is 9,6 dove il termine “zelo” traduce la stessa radice qn’). Chi trasgredisce sarà punito (ma si noti la sproporzione fra le tre/quattro generazioni sottoposte alla punizione e le mille che sono invece oggetto del suo favore).
La terza parola riguarda il nome di YHWH. Come abbiamo già detto, nell’antica cultura ebraica il nome esprimeva l’essenza della persona. E’ per questo che il nome di Dio non può essere pronunciato “invano” (shâw’ ha il senso di “vuoto”, “inutile”, “falso”…). In questo terzo comandamento possiamo riconoscere un’allusione all’uso magico del nome di Dio, ma anche una presa di posizione contro il giuramento falso (cf Es 23,1 e Lv 19,12), l’abuso del nome di Dio e naturalmente la bestemmia (cf Lv 24,16).
La quarta parola invita Israele a santificare il tempo, osservando il sabato (cf nota della Bibbia di Gerusalemme a Es 20,8). Senza ripetere quanto abbiamo detto a commento di Es 16,5.22-30, rileviamo l’ampio spazio dedicato dal testo a questo quarto comandamento. Quando si tratta del sabato, la Bibbia generalmente si dilunga: lo abbiamo osservato nell’episodio della manna, lo si nota nei primi capitoli della Genesi… Questo succede perché il sabato è il segno distintivo di Israele, un dono personale di Dio (cf Es 16,29) finalizzato a ricordare al popolo che il tempo appartiene al Signore. Come scrisse R. De Vaux, il sabato, giorno consacrato a YHWH, rappresenta “una decima sul tempo, come i primogeniti del bestiame e le primizie del raccolto sono una decima sul lavoro degli altri giorni” [Le istituzioni dell’Antico Testamento, Marietti, Torino 19773, p.463].
A questo aggiungiamo solo una considerazione: se leggiamo il testo già citato in precedenza di Dt 5,12-15 non possiamo non meravigliarci del fatto che il riposo sabbatico sia per tutti (uomini, donne, giovani, adulti, liberi, schiavi, animali, stranieri…). Se ci pensiamo, è un principio rivoluzionario: davanti a Dio non ci sono differenze. Per quanto tu sia piccolo, povero e impotente nessuno può negarti il diritto al sabato!
La quinta parola (“onora tuo padre e tua madre”) stupisce non tanto perché, come la precedente, è formulata in positivo (tutte le altre si presentano invece come divieti), ma perché pone il padre e la madre sullo stesso piano. La cosa non era affatto scontata nella cultura maschilista in cui si è formato il decalogo (si veda anche Lv 19,3 nel quale la madre è addirittura nominata per prima). I figli devono onorare il padre e la madre perché da loro hanno ricevuto la vita. L’aver messo al mondo dei figli rende i genitori in certo modo simili a Dio, il quale è la fonte della vita. Chi non rispetta i suoi genitori merita la pena di morte (cf Es 21,15-17).
Di solito, quando leggiamo questo comandamento siamo portati a pensare che riguardi principalmente i bambini. Non è così. Che infatti i bambini siano tenuti a rispettare i genitori era un fatto del tutto scontato nella mentalità antica. Il comandamento deve essere letto come una parola rivolta a persone adulte a cui si chiede di avere cura dei propri genitori, specie se anziani (cf Dt 27, 16 e Sir 3,1-16).
Un’ultima osservazione ci viene dalla lettera agli Efesini: “Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comandamento [l’unico all’interno del decalogo] associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra” (Ef 6,2-3).
Procediamo ora più velocemente. La sesta parola è secca: “non uccidere”. Il verbo usato, però, (in ebraico râsach) non si riferisce ad ogni tipo di uccisione (a quella del nemico in guerra, a quella di un peccatore da parte di Dio o a quella di animali, al caso della pena di morte o infine al suicidio), ma unicamente all’omicidio arbitrario compiuto con violenza. La proibizione si spiega in forza del principio della sacralità della vita (cf Gen 9,5-7).
La settima parola è stata spesso fraintesa dalle traduzioni che sono state proposte: non fornicare o, peggio, non commettere atti impuri. Il testo è preciso: non commettere adulterio. Anche in questo caso il verbo usato (na’aph) aiuta a comprendere il senso del testo, dal momento che compare sempre riferito all’adulterio.
Nella mentalità dell’Antico Testamento l’adulterio aveva significati diversi per l’uomo e per la donna: per l’uomo indicava un rapporto sessuale con una donna sposata mentre per la donna un rapporto sessuale con qualunque uomo che non fosse il marito. La pena prevista era la morte (cf Lv 20,10 e Dt 22,22).
Il comandamento può essere inteso come un invito a custodire la fedeltà coniugale nel quadro della fedeltà all’alleanza: per Pr 2,17 abbandonare il compagno della propria giovinezza e dimenticare l’alleanza con Dio sono la stessa cosa. In questo modo si comprende la ragione per cui i profeti utilizzarono spesso la metafora matrimoniale per descrivere il rapporto di Israele con Dio (cf Os 1-2; Ger 2,2; Ez 16 e 23…).
L’ottava parola (“non rubare”) anticipa la decima, ma bisogna tenere presente che l’idea di proprietà privata ai tempi dell’Esodo non corrispondeva neanche lontanamente all’idea forte che ne abbiamo noi oggi.
La nona parola richiama il dovere di vivere con gli altri nella verità (cf Ef 4,25) e la decima vieta di desiderare ciò che appartiene al prossimo. Il verbo usato (chamad) indica non tanto il desiderio in sé stesso, ma le azioni che scaturiscono da quel desiderio, le manovre e le macchinazioni poste in essere per conseguire l’obiettivo preso di mira (cf Gs 7,21 nel quale troviamo ancora il verbo chamad).
Concludiamo la lettura di Es 20 con un’osservazione di Enzo Bianchi: “Il decalogo ci mostra come il monoteismo di Israele sia un monoteismo etico: Dio si interessa dell’uomo e non si può rispettare questo Dio se non rispettando l’uomo e la sua immagine
[Esodo. Commento esegetico-spirituale, Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano 1987, p.86]

A cura di Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna

I Dieci Comandamenti

Artista attivo in Danzica (Gdańsk), 1480/1490 ca.
Varsavia, Museo Nazionale

http://www.associazionesalus.it/immagini/Comandamenti/tavole.htm